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martedì 4 aprile 2017

IL quarantanovesimo giorno. Il tempo per salutare i propri cari

Domenica scorsa abbiamo accompagnato i resti di mio suocero fino alla sua tomba.
Se vi state chiedendo come mai li avevamo in casa con noi, si tratta di una questione religiosa che riguarda il buddismo. Dopo il funerale, i giapponesi credono che lo spirito del defunto rimanga vicino ai suoi resti, e allora utilizzano questo periodo di tempo (non so dirvi le ragioni che hanno portato alla scelta di questo numero) per "preparare" lo spirito del defunto al nuovo percorso che lo attende.


In pratica, questo si traduce con una serie di cerimonie, officiate da un sacerdote buddista una volta a settimana, e - come potrete immaginare - anche in una serie di impegni che aspettano piu' o meno tutti i familiari.

Dal mio punto di vista, questo periodo e' servito a fare pace con l'idea che mio suocero non ci sia piu', e a provare a vivere concretamente, lasciando da parte i rimpianti per concentrarsi sull'eredita' che la vita in comune ha lasciato in tutti noi.

I familiari giapponesi, invece, mi sono sembrati fin da subito concentrati sulle questioni pratiche, e non hanno mostrato piu' di tanto i loro sentimenti.

Del resto, la morte di un familiare comporta una serie di doveri che e' difficile quantificare se non ci si trova coinvolti direttamente: cambio di nominativo delle varie utenze domestiche, annullamento di assicurazione sanitaria, e benefit di vario tipo istituiti a nome del defunto, annullamento di abbonamenti vari ed eventuali.
Per gran parte di questi impegni viene richiesto un gran numero di certificati, una serie di documenti riguardanti tutti i familiari coinvolti (dal certificato di morte, allo stato di famiglia del defunto - che in Giappone risale come minimo fino alla terza generazione - abbiamo passato momenti interessanti leggendo la storia del bisnonno di mio marito, adottato da un ricco signore locale e che ha sposato una ragazza che era stata adottata a sua volta dallo stesso benefattore).

E cosi' questi quarantanove giorni sono passati. Vivendo come sempre, e ripensando a mio suocero. Mio figlio ha mostrato un grande interesse per le cose che riguardavano suo nonno giapponese: non che prima mancasse, ma ci e' sembrato che da un certo punto in poi lui abbia cominciato a realizzare la novita'.
Onestamente, come spieghereste voi una cosa del genere a un bambino? Io spero di averlo fatto al meglio delle mie possibilita', e vedere il suo interesse per il nonno ha fatto bene anche a me.

Mia suocera ha fatto parecchia fatica. Non tanto fisicamente, ma il suo viso sembra essersi rimpicciolito un pochino, e' stata la sola a piangere (oltre alla sottoscritta), e confesso di essere un po' in pensiero per lei (ma la sto tenendo d'occhio). Per fortuna passa molto tempo con noi, e il nipote rappresenta una bella distrazione!

Mio marito ha mostrato grande forza, abbandonandosi alla tristezza solo in famiglia. E io? Ho preso l'abitudine di salutare la foto di mio suocero, quando esco e torno a casa: so che non ha un gran senso, ma sostituisco il saluto che ci scambiavamo dal vivo con questa nuova forma.

E lui?
Chissa' se e' partito per questo nuovo viaggio con la tranquillita' necessaria?
Questo paese e' faticoso per chiunque, costringe le persone a dei ritmi sostenuti, e mi chiedo se loro riescano a rallentare davvero appena smettono di lavorare?
Io so che lui ha lasciato qualcosa dentro ognuno di noi, anche in quelli "arrivati da poco" come me e mio figlio.
E, se davvero il suo spirito e' rimasto qui con noi nel periodo di preparazione alla sua partenza (come credono qui in Giappone) magari avra' potuto godersi un po' il suo nipotino piu' piccolo, ridere per le mille invenzioni quotidiane e magari meravigliarsi del suo appetito.

Faro' in modo di parlare di lui con mio figlio, gli raccontero' qualche episodio e gli diro' che suo nonno gli ha voluto tanto bene. Cosi' come ne ha voluto anche a tutti noi.

Buon viaggio, caro papa' Gambalunga, spero di rivederti un giorno e poter continuare a chiaccherare con te.

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